Oggi Il Foglio riporta il discorso pronunciato da Ernesto Galli Della Loggia in occasione di un convegno svoltosi nelle aule del Senato della Repubblica, alla presenza della ministra Bernini.
Ne riporto i brani che più condivido, sebbene a mio avviso Galli Della Loggia (oltre a non celare una certa nostalgia baronale per la quale non provo alcuna simpatia) non colga fino in fondo la vera crisi dell’Università, che è culturale e deriva da un lato dal trasferirsi negli Atenei di quella follia che è stata, nella scuola, la pedagogia delle competenze, dall’altro dal combinato disposto della riforma del tre più due con il tortuoso legame stabilito tra finanziamento pubblico e efficienza funzionale, misurato su criteri di valutazione tipici dell’impresa ed estranei alla nostra tradizione, quanto radicati in quelle anglosassoni e americane dalle quali, personalmente non sono mai stato affascinato.
Altro punto di dissenso.
Galli Della Loggia vede nei rettori e nell’ipertrofia dei loro poteri uno dei punti di debolezza del sistema.
Io credo invece che uno dei danni maggiori sia stata l’introduzione del Direttore Generale di morattiana memoria, che fu ed è un tale deragliamento aziendalista che quando un’università ha la sfortuna, sto parlando in astratto, di imbattersi in un DG -one, molto – one, si trova a dibattersi tra lo scherno verso le funzioni minori, e verso chi le esercita, e la subordinazione della nobiltà dello studio alle barocche procedure di accertamento di “chi fa che cosa” portate alle estreme conseguenze, a una myse en abime di Lui che bacia Lei che bacia me che bacio Lei ecc. ecc. fino al successo burocratico: pagare profumatamente dirigenti che hanno trasferito tutte le responsabilità ai fluidi organi collegiali, ma che passano il tempo a controllare che le responsabilità, di cui si sono privati ma per le quali vengono pagati, vengano esercitate correttamente.
Con questa avvertenza, vado a citare ciò che condivido dell’analisi proposta.
Università, Stato e libertà “Dirò subito l’idea di Università che è la mia (…). È l’idea dell’università come un’istituzione inseparabile dall’interesse pubblico e che dunque guarda con sospetto all’ingresso nel suo recinto di un interesse diverso, come ad esempio quello del profitto. Un interesse pubblico che non può che avere come propri punti di riferimento la Repubblica e la sua Costituzione, vale a dire, se non vogliamo avere paura delel parole, la politica. Del resto in questa parte d’europa di cui l’italia fa parte – così differente dal mondo anglo-sassone – dopo la fine dell’ancien régime è per l’appunto il moderno Stato politico, liberale prima e democratico poi, è questo Stato che storicamente ha tenuto a battesimo l’istruzione pubblica e in vari modi ha posto sotto la propria egida le antiche università. (…) L’impianto pubblico-statale ha consentito che la moderna Università conseguisse negli ultimi due secoli due importantissimi risultati storici: da un lato di consentire in complesso alla ricerca e all’insegnamento un altissimo grado di libertà, dall’altro di svolgere un ruolo decisivo ai fini dell’unità del paese”.
Le Università dei Rettori “Il nostro ordinamento democratico ha attribuito alle università “il diritto di darsi ordinamenti autonomi”; ma nella Costituzione, come è noto, si precisa subito dopo: “nei limiti stabiliti dalle leggi dello Stato. (…) In questo regime gli atenei si sono via via costruiti spazi propri di autodecisione e di autodeterminazione sempre maggiori: e sempre o quasi a vantaggio dei poteri della governance, del loro accrescimento. Un processo che era iniziato già da tempo ma al quale una certa interpretazione della nuova legge sull’autonomia ha dato una spinta decisiva. Sempre più i poteri si sono accentrati nella figura del Rettore, troppo spesso facitore e rifacitore dello statuto dell’ateneo a uso e consumo per l’appunto della centralità del proprio ruolo. In tal modo è svanita, però, la ragione prima che giustificava l’autonomia universitaria. L’autonomia universitaria, infatti, non è la premessa per l’esistenza di tante repubblichette accademiche. È un’autonomia esclusivamente funzionale, la cui ampiezza lo Stato può decidere sulla base di un suo apprezzamento discrezionale. E a che cosa l’autonomia sia funzionale lo dice al primo capoverso l’art. 34 della Costituzione, in coda al quale, non a caso, tale autonomia è prevista: l’autonomia è in funzione della libertà della ricerca e dell’insegnamento. (…) Con il tempo, tuttavia, questo modello ideale è andato tramutandosi in qualcosa di diverso. Con il tempo, infatti – anche per colpa della genericità o degli errori e dei vuoti delle disposizioni di legge – l’autonomia ha smesso di significare autonomia del sistema per significare una sempre crescente autonomia delle sue parti, di ogni singolo ateneo. Mentre contemporaneamente al ministero quale organo di controllo e di direzione del sistema, ma comunque politicamente responsabile, sempre più è andato sostituendosi per mille aspetti un organo assolutamente indipendente dietro la sua presunta natura tecnica, l’anvur, politicamente irresponsabile e tuttavia, come sappiamo, in grado d’imporre regole di ogni tipo quanto mai costrittive e vincolanti.
Rettori per sempre L’obiezione che si fa a chi solleva il problema dell’attuale eccessivo potere della figura del Rettore è che tale potere trova comunque un limite decisivo nel non rinnovabilità del mandato, che come è noto è fissato dalla legge in sei anni. Questa clausola di garanzia si è rivelata, però, un caso tipico di eterogenesi dei fini. Infatti, è proprio la non rinnovabilità del mandato che ha finito per accelerare il mutamento del ruolo e della figura del Rettore in una direzione che a me pare negativa. Guardiamo alla realtà: oggi a ben pochi Rettori sembra naturale, finito il proprio mandato, di tornare nei ranghi del corpo docente e riprendere la propria vita precedente. E così al Rettore “primus inter pares” di un tempo, il quale decideva di interrompere la propria attività di docente e di studioso dedicando alcuni anni al servizio della comunità accademica – magari anche per più di un mandato, e naturalmente in cambio del prestigio che ne discendeva – a questo tipo di Rettore, dicevo, è subentrato una figura ben diversa. Quasi tutti i Rettori, ormai, sono soliti vivere la propria carica come la tappa iniziale di un percorso di ben maggiore rilevanza sociale: naturalmente fuori dall’università. E’ divenuta pressoché generale l’aspirazione a ricoprire dopo il rettorato qualche incarico importante nei vari organismi in cui si articola il potere specie locale, a svolgere qualche ruolo di tipo pubblico e magari politico a livello nazionale o no”.
Impiegati, non intellettuali Anche in questo modo è venuta attuandosi quella profonda trasformazione che ha colpito la figura del professore universitario e sta stravolgendone il profilo. Una trasformazione che si concretizza nella perdita della dimensione intellettuale e insieme sociale un tempo propria di questa figura, e che cancella la sua capacità di custodire un’identità e uno spirito propri. Voglio usare termini non a caso desueti: la capacità di conservare un ethos e una tradizione fondati su un’orgogliosa consapevolezza della propria libertà. Non si tratta di versare qualche lacrimuccia nostalgica sulla fine di una antica corporazione. Si tratta di rendersi conto che la fine di quella figura di docente segnala in realtà la crisi dei processi di formazione di qualcosa di assai più importante: della crisi che ha colpito la formazione dell’intera classe dirigente del paese: la quale – in Italia come altrove in Europa – ha da sempre avuto nell’università un suo decisivo punto di forza. (…) Lentamente spossessati delle loro prerogative, angariati da controlli demenziali sulla loro produttività, asfissiati sotto una valanga di moduli e riunioni, un gran numero di docenti sempre di più percepiscono sé stessi come semplici addetti alla somministrazione di lezioni ripetitive, come addetti alla catena di montaggio degli esami, spossessati delle loro prerogative, angariati da controlli demenziali sulla loro produttività, asfissiati sotto una valanga di moduli, di questionari, riunioni, commissioni, di calcoli di crediti e di requisiti minimi, un gran numero di docenti universitari – spesso i migliori o quelli che non hanno perduto il ricordo del mondo di ieri – sempre di più percepiscono sé stessi come semplici addetti alla somministrazione di lezioni meccanicamente ripetitive, come addetti alla catena di montaggio di esami che di esami veri hanno perlopiù solo il nome”.
“…trasferirsi negli Atenei di quella follia che è stata, nella scuola, la pedagogia delle competenze…”
Basterebbe questa frase a dare merito a tutto l’intervento, egregio Professore.
Non fosse altro se non perché questa follia ha innescato (incoscientemente o meno) una sottile guerra sotterranea alle “conoscenze” in base all’assunto (mai esplicitamente dichiarato ma sempre aleggiante) che “l’importante non è sapere ma saper fare” o che “non è importante avere le conoscenze quanto saper utilizzare quelle che si hanno nei contesti di realtà” (molto amerikano, se mi consente). Per l’esperienza che ne ho (e per quel poco che può valere), questo non ha portato a competenze migliori. Sono semplicemente più ignoranti. Null’altro.
La pedagogia delle competenze UN DISASTRO.
È tutto un gran Calderone
Franco, sarò franco anch’io. Senza volerlo ho letto il suo superfluo e minchione riassuntino sulla parte terminale dello scritto del Prof..
Mi chiedo se ha in ferie perpetue il suo mono neurone cerebrale o soffre di una trascurata patologia sul ritmo circadiano.?
Sono così condizionato dal modo con il quale ho fatto io università e dottorato che fatico molto a capire. Proprio vecchio sono….
Prof ma l’università diffusa serve oppure è immagine in Sardegna ne abbiamo 5-6 se non sbaglio Nino
Egr Prof,
Non sono per nulla addentro al mondo accademico universitario, ma ritengo, perché così mi è parso di osservare, che anch’esso abbia subito una trasformazione sia nel corpo docente che,soprattutto nella figura dei rettori. Prima, carismatici uomini di scienza, chiamati, talora a forza, a ricoprire la carica di conducente e gestore, oggi, si, persone,di indubbio livello culturale e scientifico, ma non sempre sufficientemente preparati a governare la complessa, eterogenea massa burocratica delle problematiche che sono state jntrodotte nel tentativo di rendere migliore e aggiornato l’insieme del mondo accademico alle necessità dei tempi moderni (pater Chaplin docet) che scorrono veloci, come mai in passato accadde. Vedo un bagliore di luce nella corretta ,moderna e completa gestione del mondo universitario, nell’ apertura culturale che saprà e vorrà concedersi nei confronti dell’universo che lo circonda, al quale dare validi contributi alla sempre più assillante richiesta di pareri, di suggerimenti operativi, di organici studi attuativi in linea con i principi di interconnessione del sapere che dovranno condurre, o riportare, l’ intero mondo accademico alle centro del processo di divenire dello scibile umano. Ritengo che se questo ruolo magistrale riprendesse forza e vigore l’ intera società ne trarrebbe indiscutibili vantaggi e la proietterebbe verso traguardi che si intravedono, si auspicano ma ancora lontani dall’essere perseguiti.
Cordiali saluti.
P.S.
Mi scusi per l’improvvida invasione di…campo
Vi è una perdita più grave dell’aura dell’intellettuale. Vi è una mancata formazione di figure professionali complete. Vi è un impoverimento del ruolo degli studenti divenuti clienti.
Un tempo vi era per tutti l’orgoglio di aiutare e favorire la crescita di coloro che in tutti i settori avrebbero assicurato un futuro per tutti. Anche un calzolaio aveva amore per il proprio lavoro e con amore insegnava all’ apprendista. L’aziendalizzazione ha distrutto il magico anello fra generazioni. Sarà perché il futuro che la nostra cultura immagina somiglia così tanto ai romanzi distopici? Sarà perché si subisce e non si ha il coraggio di seguire altri modelli?
I migliori professori o quelli che non hanno perduto il ricordo del mondo di ieri – sempre di più percepiscono sé stessi come semplici addetti alla “liturgia dell’adempimento”